L’iva agevolata al 10% per i lavori edili è una particolare condizione per la quale, in caso di recuperi edilizi, ristrutturazioni, restauri o risanamento è possibile ottenere uno sconto considerevole sul totale dell’intervento.

A stabilire questo beneficio è stata la stessa Agenzia delle Entrate, in riferimento alla guida alle ristrutturazioni resa nota nel 2018. Questa ha messo nero su bianco le condizioni per le quali è possibile accedere all’IVA agevolata, sia al 10% che al 4% e, quindi, pagare una cifra significativamente inferiore a quella riportata sul preventivo di spesa. In che modo funziona? Come è possibile beneficiarne? Vediamo qui di seguito tutte le informazioni sull’argomento.

Cos’è l’iva agevolata al 10%?

L’IVA agevolata è un costo fiscale più basso riservato a chi, tramite apposita certificazione, si accinge ad effettuare taluni interventi di miglioramento di un’abitazione o di uno stabile. In pratica è un’agevolazione che si applica ad una grande varietà di lavori edili tra cui figurano:

-recupero edilizio

-ristrutturazione

-risanamento

-restauro.

Si applica anche all’acquisto di determinati beni dai quali, tuttavia, sono esclusi i semilavorati e le materie prime. Per ottenere tale agevolazione, dopo la stipula di un normale contratto di avvio dei lavori o di appalto, è necessario certificare in modo molto dettagliato l’esecuzione di tutto l’intervento.

Cosa è importante sapere?

I lavori edili che godono dell’iva agevolata sono da dichiarare tramite auto-certificazione. Questo significa che la persona che riceve l’agevolazione si prende la responsabilità di quanto dichiarato.

Oltre ai lavorio di risanamento conservativo l’iva agevolata comprende l’acquisto di beni che non siano materie prime o semilavorati. La condizione essenziale per accedere, tuttavia, è l’indizione di un contratto di appalto.

Tra i beni che rientrano in questa agevolazione rientrano ascensori e montacarichi, infissi, nuove caldaie, videocitofoni, condizionatori, sanitari, impianti di sicurezza e rubinetterie.

Noni rientrano nell’IVA agevolata i materiali e i beni forniti da soggetti differenti all’impresa appaltatrice dei lavori e quelli che non siano stati acquistati dal committente.

Come si richiede questa agevolazione?

L’iter è piuttosto semplice. Occorre produrre l’autocertificazione a seguito della quale dovranno essere presentati i documenti dei lavori eseguiti.

In particolare sono necessarie le copie delle concessioni edilizie e degli atti, i documenti di identità e i codici fiscali dei soggetti coinvolti, e le ricevute dei pagamenti. Per la procedura che interessa soggetti privati, in ogni caso, suggeriamo di chiedere supporto alla ditta alla quale abbiamo appaltato i lavori. Inoltre è necessario verificare con attenzione se tale beneficio possa escluderne altri, per esempio i bonus elargiti dal Governo per tutti i lavori di miglioramento energetico di abitazioni ed immobili.

Tan e Taeg sono due indicatori molto importanti che ci fanno capire quanto un prestito o un mutuo siano davvero convenienti. Chiaramente per un consumatore questi termini potrebbero risultare ostici, soprattutto perché fanno riferimento ad indicatori complessi sui quali si fonda il calcolo degli interessi che dovremo corrispondere a chi ci avrà prestato del denaro. Ad ogni modo, oggi, semplificheremo le cose e ti aiuteremo a capire cosa sono Tan e Taeg e, soprattutto, quali sono le differenze che li caratterizzano.

Per prima cosa partiamo dalle definizioni dal momento che queste due sigle, in realtà, sono acronimi. Tan corrisponde a Tasso Annuo Nominale ed è un valore espresso in percentuale che ha una connotazione annuale. Il Taeg, invece, è il Tasso Annuo Effettivo Globale ed è il valore che ci aiuta a capire quanto ci costerà, in totale, il prestito che siamo interessati a richiedere, spese incluse. Il calcolo del Taeg, in ogni caso, dipende sempre dal valore del Tan.

Che differenza c’è tra Tan e Taeg?

Il Tan è il tasso di interesse che le banche applicano all’importo finanziato, ovvero al denaro che abbiamo ottenuto in prestito. Il tasso di interesse, molto semplicemente, verrà utilizzato dalle banche per calcolare, rata per rata, quali costi ti saranno addebitati in aggiunta al denaro che abbiamo ricevuto.

Questa informazione è sempre specificata nel piano di ammortamento, ovvero nel documento che riepiloga tutte le rate di cui dovrai farti carico e in quali tempistiche. Il Taeg, invece, è il valore che esprime l’intero importo del prestito e, quindi, include anche gli interessi, i costi di istruttoria, le spese di incasso della rata, le tasse e, infine, l’assicurazione quando questa è prevista.

Come avviene il calcolo?

Il calcolo dipende dal tipo di finanziamento. Per esempio ci sono i finanziamenti a tasso variabile per i quali si seguono specifici indici finanziari come Euribor e BCE. Nel caso dei finanziamenti a tasso fisso, invece, gli indici di calcolo degli interessi riguarderanno l’indice Eurirs, Euro Interest Rate Swap.

Sono calcoli molto complessi che tengono conto di numerose variabili tra cui anche lo spread dell’istituto a cui ci siamo rivolti.

Ciò che è importante per un consumatore non è tanto il TAN ma il Taeg dal momento che, come abbiamo già anticipato, è il valore che ci permette di capire quali sono i costi che dovremo sostenere per ottenere il prestito.

Perché sono così importanti per la scelta del prestito?

La risposta è piuttosto ovvia. Difatti quando chiediamo un finanziamento non dobbiamo limitarci a guardare a quanto ammonterà la rata, nonostante questa sia un’informazione essenziale per firmare il contratto.

È importante considerare tutti gli aspetti che riguardano il prestito e, tra questi, vi è certamente il costo che ci verrà addebitato, rata per rata, per ottenere la liquidità di cui abbiamo bisogno.

Inoltre ci sono finanziarie che applicano politiche di concessione più restrittive e, quindi, in presenza di poche garanzie di solvibilità da parte del richiedente, potrebbero aggiungere costi aggiuntivi nel TAEG come l’assicurazione sul prestito.

La prescrizione debiti è l’atto con cui un pagamento, per via della sua scadenza nel tempo, viene annullata. Chiaramente non si tratta di una situazione che si verifica facilmente, altrimenti tutti potrebbero avere il “diritto” di annullare un debito pregresso facendo trascorrere del tempo. I debiti, infatti, ove sia certo che siano dovuti, sono sempre da saldare per evitare di incorrere nelle conseguenze previste dalla Legge del nostro Paese. Tuttavia ci sono alcuni casi in cui, per l’appunto, il debito viene prescritto, ossia annullato. Vediamo quali sono.

Cosa comporta avere un debito?

Il debito è una situazione in cui siamo in dovere di restituire un importo preso in prestito in varie modalità. Il caso più comune è quello del finanziamento o prestito personale, un contratto che ci permette di ricevere una cifra da una banca o finanziaria e di restituirlo a rate. In questi casi il mancato pagamento di anche solo una rata comporta, automaticamente, una serie di guai finanziari tra cui la segnalazione al Crif.

La somma presa in prestito dovrà essere totalmente restituita a rate, fino all’ultimo centesimo. In aggiunta pagheremo il costo del servizio espresso in percentuale e noto come tasso di interesse. A questa spesa si aggiungono quelle eventualmente previste dalla banca che, solitamente, riguardano i costi di istruttoria, le spese di incasso della rata e quelle delle polizze (facoltative o obbligatorie) a seconda del tipo di prestito.

Cosa succede in caso di ritardo nei pagamenti?

Come anticipato poc’anzi un ritardo nel pagamento di una rata causa l’addebito di interessi di mora che verranno applicati alla rata successiva. Si tratta di un incentivo per spingere le persone a rispettare gli impegni presi, salvo il fatto per cui ogni banca, prima di concedere un prestito, sia solita accertarsi di fare affari con pagatori affidabili.

In caso contrario il debitore sarà iscritto presso l’Albo dei Cattivi Pagatori, con la conseguenza di non poter accedere al credito finché non avrà ripristinato la propria condizione. Possiamo considerarla come una sorta di “fedina penale” dei prestiti che, proprio per questo, è visibile e reperibile da qualsiasi finanziaria decideremo di contattare per un nuovo prestito.

Cosa comporta essere considerato “inaffidabile”?

L’inaffidabilità creditizia può seriamente compromettere le nostre capacità di avere rapporti con la banca. Questo avviene tramite segnalazione al Crif dove i dati restano finché la situazione debitoria non sia stata saldata.

Cosa succede se ti rifiuti di pagare?

Se ritieni di non dover più pagare un debito, in ogni caso, sei libero di farlo. Tuttavia devi considerare le conseguenze che scaturiranno da tale decisione. Pertanto il debito si trasformerà in un reato e, quindi, riceverai una raccomandata che ti intima di proseguire nella restituzione e sarai formalmente denunciato.

Tempistiche di prescrizione dei debiti

I tempi di prescrizione partono dall’invio della raccomandata. Di norma ci sono due tipologie di prestito a cinque e dieci anni. i debiti che cadono in prescrizione dopo un quinquennio sono quelli previsti da importi dovuti senza contratto, come ad esempio la restituzione di danni per sinistro o per le utenze. Le prescrizioni a dieci anni, invece sono quelle previste per tutte le altre casistiche di debito. Per i prestiti la questione è un tantino più complessa e, nella maggior parte dei casi, dipende dal tipo di contratto esistente.

In ogni caso dovrai tutelarti tramite un avvocato perché, nella maggio parte dei casi, la questione potrebbe finire dinanzi ad un giudice. Questi, appurata la reale esistenza del debito avrebbe facoltà di procedere con soluzioni coatte, tra cui vi è il pignoramento dei conti correnti o dei beni. Per questo attendere una prescrizione non è mai la soluzione consigliata, a meno che non ci siano validi motivi certi per rimanere, in modo ostinato, sulle proprie posizioni.

Quando chiediamo un prestito, di norma, lo facciamo perché non disponiamo dell’intera liquidità per saldare un acquisto impegnativo come auto, spese mediche, lavori in casa e così via. Ottenere denaro in prestito, oggi, è molto facile e, soprattutto, è una prassi più che consolidata. Ciò che risulta più complesso è gestire le diciture e le formule complesse, da addetti ai lavori, con le quali abbiamo poca dimestichezza.

Per esempio non tutti sanno che estinguere anticipatamente un prestito, talvolta, potrebbe non essere così conveniente. La volontà di portare a compimento un finanziamento prima del tempo potrebbe essere motivata dall’esigenza di sganciare il nostro conto dall’addebito delle rate e togliersi di mezzo il debito.

Tuttavia le banche applicano costi su questa modalità e, quindi, l’estinzione anticipata del finanziamento va anzitutto valutata tenendo conto del contratto firmato con la banca. Vediamo cosa devi sapere sull’argomento.

Estinzione anticipata del prestito: come funziona?

L’estinzione anticipata del prestito non è altro che la restituzione di tutto il capitale residuo in un’unica soluzione, prima della scadenza naturale del contratto in essere. Nella pratica, tuttavia, questa facoltà prevede anche la restituzione degli interessi maturati fino a quel momento e, quindi, la procedura ha sempre un costo.

Prima di decidere, quindi, devi valutare la quota da restituire e leggere, nel prospetto del tuo finanziamento, a quanto ammonta il capitale residuo e gli interessi dovuti, ovvero il costo del servizio erogato dalla banca. Se hai un prestito quasi al termine, per esempio, potresti trovarti a pagare interessi molto alti ed un costo di penale, motivo per cui la restituzione anticipata non si rivelerà conveniente.

Ci sono costi da sostenere?

Oltre a quanto dovuto di quota capitale residua e interessi maturati dovrai calcolare i mancati interessi sulle rate future che non pagherai per estinguere tutto in un’unica soluzione. In pratica il guadagno delle banche consiste nell’applicare interessi su ogni rata del tuo prestito per cui se paghi tutto in un’unica soluzione, la banca vorrà avere da te ciò che avresti pagato mese per mese, fino alla naturale scadenza.

Di conseguenza il prospetto di estinzione anticipata prevederà un costo di penale fissato dal contratto all’istituzione del prestito. Di norma questa penale non può superare l’1% dell’importo rimborsato in anticipo se le rate restanti superano un anno. La penale scende allo 0,5% dell’importo rimborsato in anticipo, invece, se il residuo è inferiore ad un anno.

Quando e in che modalità sono previsti rimborsi?

I rimborsi sono previsti solo in alcuni casi, per esempio se hai stipulato una polizza correlata al prestito. Questo avviene soprattutto nel caso della Cessione del Quinto dello stipendio o della pensione. Per queste forme di prestito, infatti, si può ottenere il rimborso dei costi di polizza che sono già conteggiate in tutte le rate. Per procedere è necessario contattare la banca e richiedere il prospetto con il calcolo dei rimborsi e di quanto dovuto per l’estinzione anticipata.

Rent to Buy, letteralmente, significa “affittare per comprare”. Tuttavia questa formula non ha nulla a che fare con quella dell’affitto con riscatto che, come vedremo, è un tantino diversa. Sono entrambe formule di compravendita ma con differenze che riguardano sia il contratto che il “concetto”.

Dal modello Fanfani al Decreto Sblocca Italia

L’affitto con riscatto, introdotto ai tempi del dopoguerra con la legge del 28 febbraio 1949, rientra tra i provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia e la costruzione di case per lavoratori. Il provvedimento fa parte del cosiddetto piano INA-Casa dal quale, tutt’oggi, si fa riferimento al Modello Fanfani quando si parla di affitto con riscatto.

Poi ci sono i cosiddetti “Contratti in funzione della successiva alienazione di immobili”, come spiegato in una guida di Idealista, che, invece, rientrano tra le novità introdotte dall’articolo 23 del Decreto Legge Sblocca Italia. In particolare la legge introduce una nuova disciplina che tutela le parti contraenti e rimuove gli ostacoli che impedivano la diffusione di questi schemi contrattuali.

Rent to buy e affitto con riscatto: un confronto

In sostanza l’affitto con riscatto esiste già dagli anni cinquanta mentre, il rent to buy, costituirebbe una novità. Il primo permette di rateizzare parte del valore della casa o l’intero importo richiesto dal venditore mentre, il rent to buy, è una sorta di programma di allineamento che permette all’acquirente di ottenere il mutuo.

In altre parole si tratta di un “percorso” con il quale l’acquirente migliora il suo livello di capitale richiesto e crea uno storico di versamenti che rassicurano la banca sulla sua solidità creditizia.

Quindi l’affitto con riscatto si configura come un contratto di locazione mescolato con termini di acquisto. Tra le clausole c’è il prezzo bloccato per un tot numero di anni e la riqualificazione del prezzo di vendita decurtato delle mensilità pagate.

Il rent to buy, invece, è un contratto che permette di entrare in casa come inquilino in affitto e diventarne proprietario ad una certa scadenza, tramite il pagamento di rate mensili. È una forma ibrida per la quale, al termine del periodo di transizione, il conduttore potrà decidere se proceder con l’acquisto o meno.

Un leasing, per capirci.

La novità risiede nel fatto per cui, al termine del periodo transitorio, l’inquilino deciderà se acquistare o meno l’immobile. In questo caso può saldare quanto concordato decurtato delle rate mensili già versate che saranno la prova della sua affidabilità nei confronti della banca.

Con il Rent To Buy il proprietario consegna l’immobile al conduttore e riceve il canone di affitto, dopo aver fissato il periodo di tempo dopo il quale si stabilisce l’eventuale compravendita o meno.

Questa forma di contratto, secondo quanto previsto dal Decreto Sblocca Italia, deve essere redatta con atto notarile e trascrizione nei Registri Immobiliari. Si tratta di un’operazione che, nel caso in cui dovessero esserci ipoteche sull’immobile, tutela il proprietario che rimarrà titolare dell’abitazione fino al versamento dell’importo pattuito.

Peraltro in caso di mancato pagamento di più di un ventesimo di mensilità, l’inquilino dovrà lasciare l’abitazione e il proprietario potrà trattenere, a titolo di indennizzo, quanto versato. Viceversa, quando il venditore è inadempiente, questo dovrà restituire gli importi pagati dall’inquilino oltre agli interessi legali maturati.

Gli interessi moratori sono il risarcimento applicato ad un debito quando si verifica un ritardo di pagamento. È un concetto che si rifà alle transazioni commerciali, dove si possono verificare questo genere di situazioni da parte del debitore. In realtà anche le tasse o altre cifre da corrispondere alle PA possono essere interessate da un interesse di mora ma per le transazioni di tipo commerciale si applicano condotte differenti di cui parleremo in questo approfondimento.

La definizione di interessi moratori

L’interesse di mora è disciplinato dal Decreto Legislativo 231 del 2002, meglio noto come Attuazione della Direttiva Comunitaria 2000/35/CE sulla lotta ai ritardi di pagamento per le transazioni commerciali. Questo atto è stato poi modificato e recepito nel nostro Paese con il Decreto Legislativo 192 del 2012.

Esso prevede l’applicazione di interessi moratori alle transazioni commerciali, definite come contratti tra imprese e tra imprese e PA che riguardino consegne di merci o prestazioni di servizi. Laddove si verifichi un ritardo nel pagamento l’interesse moratorio decorre a partire dal giorno successivo alla scadenza del termine ultimo per saldare quanto dovuto.

Fattura elettronica e interessi moratori

Si tratta di un automatismo che solleva il creditore dalla costituzione in mora del debitore e, quindi, si applica in ogni caso nella modalità sopra descritta. In pratica quando sono decorsi 30 giorni dalla data di ricevimento della fattura, delle merci o della prestazioni di servizi si applicano interessi di mora nelle modalità previste dalla legge.

Con l’introduzione della fattura elettronica, soprattutto per i rapporto commerciali nel mercato B2B, l’addebito degli interessi moratori è stato ulteriormente semplificato e, quindi, automatizzato anche dai software di fatturazione di cui si servono le aziende sottoposte a tale obbligo.

Quando non si applicano?

Gli interessi moratori non si applicano se sia stato pattuito un accordo verbale volto ad allungare il termine di pagamento fino a sessanta giorni dalla data di ricevimento di fattura, merci o servizi. La contrattazione, verbale o scritta, prevede anche la possibilità di concordare un pagamento rateizzato e, in questo caso, gli interessi a risarcimento dei ritardi vengono calcolati solo in caso di fatture e pagamenti scaduti.

Come si calcolano gli interessi moratori?

Il calcolo degli interessi è distribuito in base al periodo dell’anno. Nel caso del primo semestre il tasso applicato è quello vigente al primo gennaio dello stesso anno. Per scadenze oltre il secondo semestre, invece, si applicherà il tasso vigente al primo luglio dello stesso anno.

Ciò nonostante le parti possono sempre concordare un tasso differente. In ogni caso il tasso moratorio applicato è calcolato rispetto alla somma non pagata entro il termine e al lordo di eventuali imposte. Il tasso moratorio, quindi, è la percentuale aggiuntiva che si somma a quanto dovuto e che funge da risarcimento per il mancato pagamento.

Online esistono molteplici tool che, in base alle norme vigenti, calcolano gli interessi moratori inserendo poche semplici informazioni riguardanti le transazioni. Per un calcolo esaustivo, tuttavia, conviene rivolgersi ad un contabile di fiducia al quale affidare la gestione della pratica.

Al giorno d’oggi ottenere prestiti senza busta paga rimane un’impresa molto complicata, soprattutto per importi consistenti. Il problema riguarda tantissime persone, ovvero tutti coloro che hanno una partita IVA e che lavorano con contratti saltuari e a tempo determinato. Per richiedere un prestito senza la garanzia di uno stipendio, quindi, occorre innanzitutto considerare l’eventualità di poter onorare il debito e poi munirsi di una serie di garanzie da presentare alla banca o alla finanziaria a cui ci rivolgeremo. Ecco cosa è importante sapere.

Quali garanzie servono per avere un prestito senza busta paga?

Non c’è un’indicazione valida per tutti. Difatti quando ci rivolgiamo ad una banca per avere un prestito questa procederà con le verifiche di routine per accertarsi circa il nostro passato creditizio e sulla qualità del nostro stile di vita finanziario. In altre parole effettuerà dei controlli per capire se in passato abbiamo avuto guai finanziari e se, pur non avendo una busta paga, saremo in grado di restituire l’importo preso in prestito.

Quindi nel caso in cui un libero professionista fosse in possesso di rendite patrimoniali non lavorative come affitti, royalties o eredità la banca sarà certamente più propensa a concedere il prestito. Nel caso in cui non vi fossero sufficienti garanzie, invece, chiederà la firma della figura del garante.

Chi è il garante?

Il garante è una persona di fiducia, con la quale si ha un legame affettivo e di stima che sia disposta a garantire il prestito per conto nostro. In caso di mancato pagamento anche di una sola rata la banca si rivolgerà al garante a cui spetterà il compito di versare quanto dovuto. Per questo si tratta di un ruolo molto delicato che, tradizionalmente, viene svolto da partner, genitori o fratelli. In ogni caso la firma del garante non ci autorizza a sottovalutare l’importanza dell’impegno che abbiamo preso con la banca perché, in un modo o nell’altro, dovremo restituire quanto preso in prestito.

Quali altre garanzie potrebbero essere richieste?

Per prima cosa la banca chiederà la dichiarazione dei redditi dei precedenti due anni e farà una stima delle nostre entrate e dell’importo della rata. Inoltre controllerà la nostra solidità creditizia al CRIF e la validità dei nostri documenti anagrafici. Infine procederà ad accertarsi della presenza di beni a nostro nome per individuare proprietà che potrebbe chiedere in riscatto in caso di mancato rimborso del prestito.

Infine se hai già portato a termine un prestito con successo avari sicuramente più chance per ottenerne uno nuovo perché risulti come pagatore puntuale. Di conseguenza pur non avendo una busta paga è quasi sempre possibile fare richiesta di finanziamento, soprattutto se sarai disposto a stipulare una polizza vita ed impiego.

Tipologie di prestito che puoi richiedere senza busta paga

I prestiti si distinguono in finalizzati e non finalizzati. I primi sono quelli che vengono attivati con un terzo attore, ovvero un rivenditore che otterrà la cifra intera dalla banca. Sono prestiti che si concretizzano in situazioni come concessionarie auto, cliniche sanitarie e altri punti commerciali dove il prestito è finalizzato al bene acquistato. Il debitore si impegna con la banca a rimborsare la cifra presta in prestito mentre il rivenditore ottiene tutto l’importo in una sola tranche.

Nel caso dei prestiti non finalizzati, invece, la cifra viene addebitata direttamente sul conto corrente del richiedente. In questo caso non è necessario giustificare le ragioni del prestito purché vi siano le garanzie di rimborso. In entrambi i casi la concessione del prestito senza busta paga dipende molto dall’importo richiesto al netto della situazione economica del richiedente.

Per piccole cifre e con redditi grossomodo stabili, quindi, è quasi sempre possibile procedere senza problemi, soprattutto con la firma di un garante. Per importi maggiori, invece, ci vorrà un bene da ipotecare il cui valore, al netto di gravami d’ogni sorta, basti a coprire l’importo che vogliamo richiedere.

Il verbale di riconsegna immobile è un documento che, al termine del contratto di locazione, né attesta il termine. In altre parole è un documento necessario quando l’inquilino lascia l’appartamento, riceve la caparra versata e si congeda con il proprietario.

Perché è necessario firmare un verbale di riconsegna immobile?

Ogni contratto di locazione, come saprai, riporta due parti: inquilino e proprietario, definiti anche come locatore e locatario. Le due parti si impegnano a rispettare e sottoscrivere l’accordo con il quale viene dato in affitto un immobile secondo specifiche clausole.

La trattativa contrattuale stipulata al momento dell’immobile serve a pattuire la durata del contratto, il deposito cauzionale e altre clausole di utilizzo. La cifra di deposito deve essere restituita al termine del contratto a meno che non siano stati rispettati gli accordi in esso previsti.

Ecco perché, in questa fase, diventa necessario redigere il verbale di consegna dell’immobile. Questo è un documento compilato da locatore e locatario in cui viene riportato lo stato di salute dell’immobile.

Ci sono differenze tra immobili arredati e non arredati?

Se l’appartamento è ammobiliato il documento passerà in rassegna tutta la fornitura, inclusi mobili ed elettrodomestici. In questo caso il proprietario stilerà una lista delle forniture presenti e ne annoterà lo stato, accompagnato anche da fotografie.

Nel caso di immobili non arredati, invece, il verbale di riconsegna interesserà infissi, pareti e pavimenti. Il verbale di riconsegna dell’immobile, quindi, è un accordo formale che sancisce l’accordo finale tra le parti ed è funzionale alla restituzione del deposito cauzionale.

Perché è così importante?

Se hai già avuto esperienze di affitto, tuttavia, potresti non aver mai firmato un documento del genere. Come mai? Molto spesso questo documento non viene redatto perché l’accordo tra le parti avviene a voce. Difatti la prassi vuole che il proprietario visiti l’immobile prima della riconsegna delle chiavi e annoti, se presenti, eventuali danni. A quel punto il proprietario provvederà alla sistemazione e decurterà dal deposito l’importo necessario a coprire le spese.

Come puoi immaginare, tuttavia, questa consuetudine può comportare dei problemi perché le parti potrebbero voler tutelare, anche in modo irregolare, i propri interessi. Per esempio fino a che punto una parete può essere considerata usurata o semplicemente danneggiata? Se il contratto è durato più anni come si può valutare lo stato di salute dell’immobile senza fotografie di testimonianza di come lo stesso è stato concesso in locazione?

Il miglior modo per evitare controversie

Le casistiche sono molteplici ed è per questo che, per semplificare le cose ed evitare controversie, conviene sempre stipulare questa forma di accordo sia all’inizio del contratto che al suo termine. In questo modo l’inquilino non rischierà l’addebito di spese che non gli competono e il locatore avrà uno strumento per valutare l’effettivo danneggiamento o meno dell’immobile.

Se il proprietario non accenna a tale documento conviene sempre proporlo al momento della firma del contratto. Difatti il verbale di riconsegna dell’immobile rappresenta una forma di tutela per entrambe le parti e, soprattutto, responsabilizza inquilini e proprietari di casa nella conduzione di un accordo rispettoso di diritti e doveri di tutti gli interessati.

Meglio il tasso fisso o quello variabile? Rispondere a questa domanda non è così facile perché non è possibile sparare a caso senza conoscere tutto il background del finanziamento.

Quanto vale il bene per il quale chiediamo il mutuo? Qual è la nostra situazione finanziaria? Quanto dura il prestito? Come sta il mercato finanziario di questi tempi? Quali sono le previsioni per il futuro?

Come capire quale prestito è meglio per me?

Rispondere a tutte queste domande, molte delle quali piuttosto aleatorie, non è per niente facile per una persona “normale”, interessata a chiedere un prestito. Per le banche, tuttavia, tutta questa nuvola di informazioni e ipotesi può essere tradotta in numeri e in ranking e, quindi, in dati.

Grazie a immense banche dati e programmi di calcolo la banca può preparare un piano di ammortamento, determinare l’importo massimo che puoi pagare per rata e tante altre informazioni.

Ecco perché per determinare se è meglio un tasso fisso o uno variabile, vale la pena procedere da “comuni mortali” ma con un po’ di intelligenza. Per prima cosa vediamo le differenze tra i due tassi e cerchiamo di spiegare, in modo semplice, qual è la ragione per cui sono così importanti per accendere un mutuo o un finanziamento.

Cosa sono i tassi di interesse?

Il tasso di interesse non è altro che il costo del mutuo che si somma al denaro che hai preso in prestito e che, mese per mese, restituirai fino all’estinzione del debito. Quindi è una cifra percentuale applicata alla rata che, come sai, comprende una serie di voci di spesa che sono indicate nel TAEG. Se non sai cos’è te lo spiego subito.

Ogni prestito, mini o maxi, è caratterizzato da un TAN e da un TAEG.

Il TAN, Tasso Annuo Effettivo Globale è la percentuale di interessi che pagherai annualmente e, quindi, è un indicatore “fisso”, che non dipende dall’importo del finanziamento o dalla sua durata.

Il TAEG, invece, corrisponde al costo reale del prestito e comprende tutte le voci di spesa che contribuiscono all’importo che restituirai in totale. Se stai per accendere un mutuo, molto probabilmente troverai questo valore indicato come ISC nel contratto. Questa sigla corrisponde all’Indicatore Sintetico di Costo ed è in identico al TAEG.

Nel TAEG trovi sempre un valore che corrisponde a durata e importo del prestito, interessi puri, spese accessorie connesse alla tua pratica, eventuali coperture assicurative e così via. A questo punto è chiaro che scegliere il prestito più conveniente significa valutare quello che, a parità di condizioni contrattuali, offre interessi più bassi.

Il tasso fisso ed il tasso variabile

Tuttavia ci sono prestiti importanti, come quelli per finanziare immobili, stabili o macchinari, che sono un po’ più complessi perché riguardano cifre consistenti. È qui che entra in ballo la questione del tasso fisso e del tasso variabile perché, sul lungo periodo, può influenzare molto il costo del prestito.

Nello specifico un mutuo a tasso fisso, come suggerisce il termine, ha un interesse costante e, quindi, un importo della rata sempre uguale nel tempo. Il mutuo a tasso variabile, invece, segue un indicatore differente e, quindi, gli interessi possono cambiare durante tutta la durata del contratto.

Vantaggi e questioni da considerare

In caso di oscillazioni al ribasso, quindi, l’ammontare della rata potrebbe abbassarsi ma questo non esclude che, qualora si verificasse un rialzo sui mercati, l’importo mensile possa lievitare.

Molto dipende dal tipo di rata scelto, dall’importo da restituire e dalle previsioni del consulente finanziario a cui ci siamo affidati. È impossibile dirti se sia meglio l’uno o l’altro perché questa decisione non riguarda solo la nostra stabilità finanziaria ma anche quella dei mercati e delle previsioni per il futuro.

Il costo di una casa prefabbricata non è “fisso” e, quindi, non c’è un’unica risposta valida per tutti. Diciamo che una casa di questo tipo, a differenza di quelle tradizionali, offre tantissimi vantaggi tra cui i tempi di consegna, il costo di manutenzione ed il ridotto impatto ambientale.

Per tutte queste ragioni i costi si aggirano, in media sul 30% in meno di quelli necessari ad una casa tradizionale di pari dimensioni anche se, sul mercato, esistono pur sempre soluzioni a meno di mille euro. Da cosa dipende il costo di una casa prefabbricata, quindi? Te lo spieghiamo in questo approfondimento.

Prefabbricato nudo o progetto chiavi in mano?

Per prima cosa il costo può oscillare molto scegliendo tra una casa da finire ed un progetto chiavi in mano. È chiaro che, nel secondo caso, il costo sarà decisamente maggiore perché ti verranno installati sanitari, impianti, pavimenti e piastrelle. Nel primo caso, invece, il costo sarà molto più basso ma non comprensivo di tutto ciò che configurerà gli interni della casa.

È chiaro che agendo per conto proprio ci vorrà più tempo e dedizione ma ci sono migliori margini di risparmio. Un progetto chiavi in mano, invece, ci da la sicurezza di lasciar fare tutto all’azienda a cui ci siamo affidati e, quindi, vedremo il lavoro una volta ultimato e proprio come lo abbiamo immaginato.

Prezzo per quantità e qualità di materiale

Il prezzo del prefabbricato viene calcolato in base alle quantità di materiale, alla metratura, alla complessità del progetto e così via. In un catalogo o in un listino troverai sempre distinte le quantità di materiali per pareti, solai, tetti, coperture, grondaie, rivestimenti, infissi, serramenti, impianti, trasporto e montaggio. A queste si sommano le spese di urbanizzazione, le tasse e tutti i costi di fornitura energetica e di spese comunali previste in base al caso.

Quindi il costo di una casa prefabbricata, può aggirarsi dai 50,00€ agli oltre 3000,00€ al metro quadro, escluse le spese fisse comunali e burocratiche. Ci sono anche da considerare gli incentivi governativi e regionali, grazie ai quali è possibile ridurre l’IVA o beneficiare di altri vantaggi fiscali considerevoli, soprattutto per le soluzioni ad alta efficienza energetica.

I vantaggi delle case prefabbricate

Effettivamente le case prefabbricate sono anche antisismiche, sostenibili, a risparmio energetico e votate alla bioedilizia. Sono case molto vantaggiose ma che non esulano le persone da tutti i permessi relativi alla loro ubicazione su un terreno.

Tieni presente che un buon prefabbricato, solitamente, è realizzato in legno. Per questo parliamo di abitazioni di aspetto gradevole e di elevata efficienza che sono molto diffuse presso le regioni ad elevato rischio sismico.

Per edificarle, quindi, ci vuole un iter particolare ma che, tuttavia, risulta enormemente semplificato rispetto a quella delle case tradizionali. Per procedere ti serve l’edificabilità, il progetto e il via libera dagli enti di controllo.

Ci vuole il Permesso di Costruire rilasciato dal Comune e la Segnalazione Certificata di Inizio Attività. Le case prefabbricate sono anch’esse soggette a legge nazionale per cui quelle prive di permesso sono, a tutti gli effetti, abusi edilizi.